La tutela del profitto - Studio Legale Nigra

                                                         Milano

 

IL PROFITTO

LA TUTELA DEL PROFITTO © Amedeo Nigra - Milano Pirola Editore 1985

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La tutela del profitto

 

 

Sommario:

1.  Appunti sul concetto di profitto in economia

2.  Oggetto dello studio dell’opera: “La tutela del profitto”

3.  Il diritto al profitto

4.  Prospettive

5.  Le novità introdotte

6.  Bibliografia

7.  Indice dell’opera

 

1. Appunti sul concetto di profitto in economia

In economia non esistono vere e proprie teorie del profitto isolate e avulse da altri contesti. Per sapere di più su questo argomento, quindi, occorre ricercare tra i vari brani e tra i vari capitoli, che ne trattano, nell’ambito delle teorie del valore, della distribuzione e dello sviluppo economico e della economia in generale.

Anche gli studi classici ci mostrano come i modi di affrontare il profitto siano assai diversi e in un cerro senso multiformi.

Alcuni teorici indicano il profitto come entità residuale ossia come semplice “differenza” ottenuta detraendo i costi dai ricavi.

Vi sono poi le teorie che, considerano il profitto come una retribuzione dovuta per una determinata funzione imprenditoriale (salario dell’imprenditore) e correlativamente come parte del costo di produzione. Questo modo di vedere le cose si sviluppa ora attorno alla teoria marginalistica, con cui si vede il profitto come motore dell’economia.

Vi sono poi le teorie che guardano al profitto come reddito di disequilibrio; collegato al meccanismo concorrenziale.

Le teorie del profitto inoltre sono, spesso, teorie di redditi o delle entrate. Quando questo avviene, i termini entrata, reddito, profitto, tendono a diventare sinonimi.

Altre volte, il profitto è visto come quella particolare percentuale del prodotto globale.

Il profitto contabile a sua volta nasce dal confronto tra il ricavo totale e il costo totale ottenuto da un’impresa.

Come in parte si è già visto, il profitto come reddito funzionale (ossia come ricchezza che compete ad una certa funzione) è la remunerazione spettante all’imprenditore (salario di direzione) quale persona fisica o organo guida, che si trovi a capo di una persona giuridica che, a prescindere dalla natura del suo compenso (contrattuale o non contrattuale), occupi  nella produzione una particolare funzione di comando, distinta da quella dei lavoratori (salariato) anche separata dai capitalisti puri (cui compete l’interesse sul capitale).

Si è tentato senza successo di allargare il concetto funzionale di profitto incontrando difficoltà insormontabili. In pratica, quanto si tenta di spiegare il profitto come funzione (ruolo dinamico) rispetto al profitto come risultato (ruolo statico ossia come “parte” della ricchezza ottenuta, in un dato momento) emergono subito molte difficoltà di misurazione e di classificazione. In pratica, ci si trova di fronte ad un elemento imponderabile costituito dalla natura umana, dal valore dell’uomo, dai suoi sentimenti, dalle sue passioni, dei suoi sogni. La funzione è infatti esercitata da un individuo con le sue fantasie e con la sua personalità. Ritroviamo quindi la difficoltà di stabilire quanto valga l’idea soggettiva di profitto, che nutre un dato uomo in un dato momento.

Nel periodo immediatamente seguente alla prima guerra mondiale, possiamo riscontrare definizioni del profitto, come un reddito residuale globale. Questa teoria riconduce e ricomprende la teoria del profitto, in quella macrodinamica dello sviluppo. Questa tendenza si è affermata partendo da Adam Smith e James Stuward Mill.

Smith, nota come l’offerta abbondantemente e a basso prezzo di denaro contribuiscono ad aumentare i commerci e la concorrenza, facendo però diminuire i profitti. Questo è il fenomeno della “decrescenza” dei profitti ed è anche un dato, che sconcerta.

David Hume afferma ‹‹E’ inutile domandarci se il basso interesse è causa od effetto di bassi profitti. L’uno e gli altri nascono da un intenso commercio e si sostengono reciprocamente››.

Questo è vero.

Il saggio di profitto misura l’aspetto statistico, come il saggio di interesse. Quindi, allo studioso, non resta che prenderne atto, annotando appunto i dati statistici e procedendo poi alla loro misurazione in denaro.

Esiste però l’aspetto dinamico del profitto, consistente nella capacità di esercitare una certa attrazione sull’individuo e quindi nella capacità di “spingere” l’economia.

Qui la misurazione statistica risulta impossibile.

Ovvero risulta impossibile allo studioso di economia, che non sia assistito dalle scienze umanistiche.

Di fatto, solo queste ultime (storia, filosofia, letteratura), potrebbero soccorrere l’economista (anche con l’ausilio della psicologia e della biologia). Ma questo concorso di scienza  non esiste ancora.

Da qui nascono molte lacune.

In particolare, la maggioranza degli storici considera ambigua e contraddittoria la teoria del profitto di Smith, secondo il quale la ricerca dell’utilità (utilitarismo, appunto), svolgerebbe un ruolo primario in economia.

In realtà, l’utilitarismo di Smith andrebbe quindi riscoperto. E il paradigma neoclassico (ossia la corrente economica che mette in primo piano “la ricerca del profitto”, come motore dello sviluppo), dovrebbe essere e costituire, la base di tutte le nostre valutazioni politiche e economiche.

Di fatto, è impossibile dare successo ad un progetto di sviluppo, se non si tiene conto della inclinazione biologica dell’uomo alla sopravvivenza e, quindi, alla ricerca di ciò che è utile.

Definire questa tendenza in modo dispregiativo “utilitarismo” costituisce il principio del fallimento di un dato progetto.

Smith ha identificato molti elementi tipici dell’attività economica. Anzitutto, il profitto è visto come la rimunerazione per il rischio che il capitalista assume nel processo produttivo, un processo produttivo ricordiamolo in cui l’imprenditore utilizza il proprio o l’altrui capitale, divenendo poi per la restituzione del capitale stesso unitamente all’interesse sul capitale stesso responsabile.

Pertanto, sebbene lo Smith neghi che la funzione svolta dall’imprenditore debba essere considerata un lavoro, sia pure di tipo particolare, questa funzione rimane: cioè esiste in modo oggettivo come dato naturale sia che Smith lo riconosca oppure no.

Detto ciò, la teoria del valore dello Smith si fonda sul lavoro dell’uomo visto come “mobilitato”. Quest’ultimo si caratterizza così per la presenza del compenso per il capitale utilizzato.

Di fatto, il reddito funzionale è il reddito che corrisponde a una data funzione. E sarà dei capitalisti, quando questi svolgeranno la funzione di prestito del capitale. L’interesse sta all’impiego dei capitali come il salario sta al lavoro subordinato.

Smith aveva misurato l’insieme di tutti i beni prodotti quantificando le ore di lavoro necessarie a dar vita alla produzione da cui poi viene generato il profitto. Per questo motivo Smith l’anticipatore delle teorie che considerano il profitto come un reddito da sfruttamento. Ed è purtroppo, l’autore che ha dato all’economia una visione aritmetica e “non spirituale”.

Qui emerge comunque una lacuna.

Ci si chiede infatti come debbano essere definite le situazioni in cui la produzione rimanga in magazzino o venga predisposta da un’impresa poi fallita.

Qui, infatti, ci sono le ore di lavoro ma non il profitto perchè le merci non vengono vendute.

E questo, crea una lacuna nelle teorie di Smith e dai suoi commentatori. La lacuna è questa: il profitto viene visto solo come “risultato” e non come “motivazione” delle azioni.

Tentando ora di “riempire” questa lacuna, ci si accorge che il profitto (come forza dinamica), permane anche se con le merci dell’impresa rimangono invendute. Il profitto quindi è solo la motivazione che ha spinto l’uomo a organizzare l’impresa. Non è invece il valore delle merci che nessuno vuole.

Smith afferma che l’opera dell’impresa aumenterebbe il profitto globale.

Questa affermazione è il cardine della fiducia di Smith nella indispensabile armonia tra le varie classi sociali e sarà uno degli elementi più importanti della corrente ottimistica della scuola classica.

Smith crede nel mercato.

E crede che lo stesso sappia trovare i meccanismi per lo sviluppo. Il fatto che esistano è la dimostrazione.

Nelle conclusioni del libro lo Smith afferma che il profitto è l’elemento incentivante           dello sviluppo, ma è anche il reddito che da esso sviluppo trae meno vantaggi.

Questa riflessione è stata resa possibile solo perchè manca il concetto di “bene comune”, come criterio di valutazione.

Infatti, non appena si realizza che lo sviluppo è di per sé un profitto (perchè incrementa il bene comune e perché aumenta il grado di civiltà complessiva), allora ci si accorge che i bassi profitti ottenuti dall’impresa sono bassi solo in apparenza. In realtà, ad essi andrebbe aggiunto il beneficio globale ottenuto.

Nella storia dell’economia le teorie di Ricardo segnano una frattura fra la “teoria del valore” e teoria della distribuzione e dello sviluppo”, una frattura causata appunto da un contrasto sulla definizione del concetto di profitto.

Per il Ricardo il valore dei beni è determinato, non solo misurato, dalla quantità di lavoro occorrente a produrli. Il lavoro incorporato in pratica è il fattore principale nella determinazione del valore  dei beni e del loro prezzo di scambio.

In pratica, in base alla teoria del valore, il profitto dovrebbe essere considerato esclusivamente come un reddito residuale da sfruttamento, cioè come differenza fra quanto il lavoratore produce e quanto riceve, il tutto esponendo i valori in ore lavorative.

Questa teoria presenta peraltro molte falle. Prima fra tutti, è quella di non considerare il “non profit” ossia la gratuità come fenomeno sociale. I beni  prodotti da quest’ultima in pratica (servizi sociali, eccetera), dovrebbero valere “zero” visto che l’ente che la esercita non riceve un profitto e visto che le persone che la esercita non hanno stipendio. Ma, ovviamente, non è così.

Il profitto in realtà vale come ricchezza prodotta e indipendentemente da cosa lo produca. Ma ciò non emerge.

Va annotato come Ricardo, nelle sue teorie, non abbandoni il profitto visto come compenso per il capitale, ragion per cui la sua teoria cade sotto i colpi delle sue stesse contraddizioni. Non pare infatti coerente misurare il profitto in ore di lavoro (utile dell’imprenditore) e poi anche come “premio per nessun lavoro” (ossia come compenso dato solo a chi presta il capitale).

La modificazione del valore deriva dal fatto che il capitale fisso impiegato in proporzioni o per tempo diversi deve essere compensato da un profitto pur non trasmettendo ai beni alcun valore.

L’esistenza di un profitto funzionale, cioè di un compenso necessario per l’impiego del capitale, ha però spezzato la generalità della teoria del valore del Ricardo.

Ricardo sembra essersi reso conto chiaramente di questa ambiguità in una lettera a J. R. Mac Culloch del 1820 (18) nella quale afferma che il valore delle merci è determinato sia dal lavoro che dal profitto, ad ambedue dei quali riconosce implicitamente la natura di redditi funzionali.

Ricardo vede il profitto come una quota del prodotto ed elabora un principio residuale globale di prodotto-profitto. Per Ricardo in pratica il profitto è quella  parte del prodotto nazionale che rimane nel possesso dei capitalisti, dopo che questi hanno pagato le rendite e i salari.

In particolare, secondo quanto affermato da Ricardo i profitti, dipenderebbero dai salari reali, ossia dalla quantità di lavoro occorrente per assicurare le sussistenze per i lavoratori, nei luoghi dove la terra non dà rendita.

La teoria dinamica del profitto viene così riassunta dallo stesso Ricardo.

‹‹…L’accumulazione di capitale tende ad abbassare i profitti. Perché? Perché ogni accumulazione è realizzata con crescenti difficoltà nell’ottenimento dei prodotti (...........). Se con ogni nuova accumulazione di capitali noi potessimo aggiungere un pezzo di nuova terra fertile alla nostra isola, i profitti non cadrebbero mai…›› (tratto da una lettera scritta  al Malthus del 1814).

Mentre, per Adamo Smith, la causa essenziale della diminuzione dei profitti era l’accumulazione stessa, per mezzo della sua influenza sui prezzi e sui salari, per Ricardo, l’accumulazione non agisce direttamente, sul calo dei profitti, ma solo attraverso l’aumento dei salari.

Ricardo vede il rapporto salari profitti in diretta dipendenza. Il profitto aumenta quando si riducono i salari dei lavoratori e viceversa. Il profitto aumenta quando i salari si riducono.

Ricardo formula un’affermazione contraddittoria quando dichiara (come successivamente farà anche Schumpeter), che l’imprenditore, che per primo immette nel sistema produttivo le nuove macchine, possa avere un profitto monopolistico. La contraddizione deriva dall’aver individuato un fattore di profitto autonomo (l’introduzione di un innovativo sistema di lavorazione), che produce profitto. Senza provenire sui salari. Con questa affermazione, in pratica, la sua teoria diventa intermittente.

Qui al contrario dovrebbe essere messa in luce la componente commerciale del profitto ossia una componente non legata ai salari.

Il profitto, cioè, sale quando l’impresa è ben gestita concretamente.

Quindi, la dipendenza salari, profitti (come regola base) è di per sé incompleta perchè suppone che tutte le altre variabili imprenditoriali (qualità, prezzi, distribuzione, pubblicità) non incidono, né abbiamo influenza sul profitto.

Al contrario, il profitto medesimo aumenta proprio quanto aumentano le capacità commerciali dell’impresa dimostrando così come i proventi dell’impresa derivino dai fattori autonomi.

A loro volta, i salari aumentano, quando scarseggia la manodopera, ossia quando i lavoratori  “elevano” la loro retribuzione in modo commerciale, facendo leva sulla loro importanza commercial non sulla loro forza sindacale.

L’introduzione della macchina e la correlata modificazione della composizione organica del capitale diventa per Marx un punto essenziale della propria teoria.

Marx considera la teoria del valore ricardiano. Poi, partendo da questa,  realizza la teoria del plusvalore, che viene descritta, come la differenza tra il valore d’uso e il valore di scambio del lavoro.

Il plusvalore globale, viene  classificato da Marx, come la differenza fra il prodotto totale e le sussistenze, entrambe calcolate in ore di lavoro sociale medio. Tale plusvalore – dunque - , equivale  (di fatto e alla fin fine) a quello che Riccardo definisce come profitto globale.

Marx differenzia però il saggio di plusvalore dal saggio di profitto.

La concorrenza fra capitalisti parifica i saggi di profitto.

E ciò, per Marx, comporta che i beni vengano scambiati non al loro valore, ma ad un prezzo di produzione. Quest’ultimo viene ritenuto equivalente al capitale costante più il capitale variabile (utilizzati  nella produzione), avvenuti con il saggio medio di profitto.

Anche qui, l’elemento gratuità dimostra l’infondatezza delle teorie di Marx. Quando un ente produce beni sociali in cambio di nulla, si ha il fenomeno della gratuità. La gratuità è un profitto. Ma non è un plus valore.

All’interno della scuola classica inglese la teoria del profitto del Malthus costituisce  un elemento importante.

Malthus muove esplicitamente da un concetto funzionale di profitto, visto  come retribuzione per i servizi produttivi forniti dall’imprenditore.

Il costo di produzione, poi, ‹‹in tanto›› determina i prezzi delle merci, ‹‹in quanto›› il pagamento di esso (e, cioè, il corrispettivo) è la condizione necessaria della loro offerta.

Qui, peraltro, non si nota come il pagamento sia (di fatto) il motore primo cioè le merci sono prodotte per essere vendute e per ricevere corrispettivo. E non si nota come il desiderio muova e determini il pagamento.

Quindi, la sequenza è così: desiderio, pagamento, offerta, produzione. Sequenza non considerata da Malthus.

La struttura ricardiana della teoria del profitto che Malthus aveva modificato con  idee proprie, riappare, però, nella teoria di J.S. Mill.

Per Mill il profitto globale nasce ‹‹…non dal fatto dello scambio, ma dalla capacità produttiva del lavoro…››.

Per Ricardo, allo stesso modo, i profitti altri dipendono dai salari bassi.

Alcuni autori ritengono che la Scuola classica inglese ci fornisca la prima teoria del profitto.

Ma ciò non è esatto, perchè nell’attribuire alla scuola inglese la proprietà della definizione di profitto si dimentica il diritto romani, primo grande teorizzatore del concetto originario e naturale di frutto e quindi di profitto. Il diritto romano, infatti, con l’istituto dei frutti (ripartiti in frutti naturale e civili) e con la teoria dell’usufrutto (secondo la quale in un gregge vi sono frutti, quanto i nuovi nati superano gli animalisti scomparsi) crea la prima grande teoria erroneamente anche dimenticata.

Per il diritto romano, il frutto esiste quando si ha un incremento del bene comune.

Gli antichi erano concreti. Non parlano di “stato” o di “ente pubblico”, parlano di “re-pubblica”.

Tutti gli autori si concentrano sui rapporti esistenti fra il profitto e l’accumulazione e la distribuzione dei redditi, ma poi, ne sviluppano aspetti diversi e alternativi, rendendo difficile la costruzione di una visione umanitaria dell’argomento-profitto.

I sostenitori della scuola marginalistica dell’equilibrio generale giustificano la scomparsa del profitto nell’equilibrio statico, sostenendo che se ogni fattore produttivo, tra cui anche il fattore imprenditoriale, riceve, in un sistema di concorrenza perfetta un compenso uguale al relativo prodotto marginale. Il prodotto alla fine risulterebbe esattamente distribuito. Questa teoria si basa su un rilievo statistico contingente e non pare avere un profilo autonomo perchè il prodotto è un derivato da manodopera, e non svolge una propria azione indipendente.

Una teoria del profitto residuale è quella di Marshall.

Per Marshal  gli uomini d’affari “...affrontano o si assumono i rischi mettono insieme il capitale e il lavoro necessario all’opera, dispongono od organizzano il  programma generale dell’impresa e sovrintendono ai particolari secondari...”; essi possono essere considerati sia come lavoratori altamente specializzarti, sia come intermediari fra l lavoratore manuale e il consumatore.

Ad essi compete un guadagno residuale nato tra il confronto dei costi e il margine di utile - prezzo di offerta –  viene evidenziato da Marshall come guadagno netto di direzione.

Mentre secondo  la teoria classica e neoclassica l’origine del profitto si ritrova solo nello sfruttamento o nell’attrito, la considerazione del fattore “incertezza” ha consentito di collegare l’origine del profitto, non solo ai due elementi suddetti, ma anche alla diversità tra le previsioni e i risultati.

Mentre secondo la teoria classica l’imprenditore aveva unicamente uno scopo di accumulazione e si identificava col capitalista e secondo le teorie   neoclassiche, invece, una funzione di organizzazione che lo parificava al dirigente, l’incertezza ha reso possibile dare un contenuto alla funzione dell’imprenditore, definito come l’uncertainty bearing. L’assunzione dell’incertezza va valutata non solo nel sopportarne le conseguenze, ma anche nell’affrontare le decisioni di fronte ad una situazione incerta.

L’introduzione del concetto di innovazione ha fatto si che l’incertezza venisse pensata non solo come un ostacolo da superare, ma come espressione della tipica attività imprenditoriale e, cioè, di una dinamica endogena.

2. Oggetto dello studio dell'opera: "La tutela del profitto"

Prima di discutere di profitto inteso come elemento economico, occorre parlarne come di un elemento naturale. La parola profitto, infatti, è semplicemente il nome che noi usiamo per definire una certa realtà della vita. E siccome ogni aspetto della vita rientra, appunto, nel  concetto di natura, ecco che non si può trascurare questo profilo, anche per la definizione di profitto.

In quest’ottica, per profitto, si potrà intendere ogni entrata o vantaggio economico, che debba derivare ad un dato soggetto, in forza di un rapporto giuridico o di un fatto naturale o di un mero comportamento umano, che sia preso in considerazione prima del suo venire in essere.

In pratica, ogni bene, che sia in corso di formazione (come, ad esempio, i prodotti della natura o come i guadagni di una società) entrerà a far parte del diritto di proprietà, solo quando sarà venuto ad esistenza. Ma, prima di allora, in fase di maturazione, quel bene ancora in formazione, potrà essere scambiato e avrà comunque un rilievo giuridico-economico nella categoria giuridica del profitto.

L’interesse sul capitale, per fare un ulteriore piccolo esempio, diventerà “proprietà” quando sarà giunta la scadenza per la sua maturazione e quando verrà accreditato sul nostro conto corrente. In quel momento, noi lo potremo spendere come qualsiasi altra proprietà. Ma prima di allora, peraltro, quando la scadenza dell’interesse non sarà ancora giunta, noi potremo comunque disporre (ad esempio con la cessione a terzi) e questo potere di disposizione dipenderà non dal diritto di proprietà, ma del diverso diritto al profitto su quel particolare bene.

Con questa definizione, dunque, il profitto stesso costituisce la categoria in cui rientreranno tutti i beni futuri, (qualsiasi sia la loro provenienza). Più esattamente, in questo ambito, potremo considerare:

  1. Le cose che in genere non sono ancora in natura, come i frutti della terra o come gli animali in fase di gestazione (profitto naturale in formazione);

  2. Le cose già esistenti, non ancora occupate, ma suscettibili di occupazione, come gli animali da catturare (profitto naturale già formato);

  3. I prodotti non ancora formati nella loro individualità economica come i manufatti industriali o artigianali (profitto prodotto);

  4. I vantaggi i guadagni e le prestazioni che comunque derivano ad un altro soggetto in forza di fatalità o di attività di lavoro (profitto contrattuale).

3. Il diritto al profitto

I beni futuri e il profitto, possono essere oggetto di contratto e di trasferimento (articolo 1348 c.c. e 1472 c.c.) e sono anche protetti dal nostro ordinamento, con la tutela dei mancati guadagni (art. 1223 c.c.), ragion per cui queste due facoltà (disponibilità e protezione) ci segnalano uno specifico “diritto soggettivo”, la cui esistenza è per l’appunto costituita da una protezione offerta dalla legge e da una capacità di disporre.

In quest’ottica, il diritto al profitto (pur non essendo espressamente "nominato" dalla legge) potrà essere definito in via interpretativa, come "il potere individuale di disporre e di godere secondo un ordine oggettivo delle proprie entrate e dei propri profitti non ancora venuti ad esistenza e di ottenere dai terzi un comportamento conforme all’ordinamento vigente quanto ai beni medesimi".

In pratica, il nostro ordinamento giuridico già ora prende in considerazione e tutela tutti quegli interessi economici che -per quanto rilevanti ed effettivi- ancora non fanno capo al diritto di proprietà, non essendo ancora venuti in esistenza E questo ci consente di parlare di profitto e di “diritto”.

Il bene che sia in corso di formazione rimarrà dunque sotto la protezione del diritto al profitto, per tutto il tempo in cui durerà la sua maturazione ed entrerà infine nell'area di tutela, accordata dal diritto di proprietà, solo quando il bene sarà sorto nella sua interezza (ad esempio, quando il frutto sarà staccato dall’albero o quando l'interesse sul capitale, sarà “scaduto”). In conclusione, questo studio sul profitto potrà avere un rilievo economico e giuridico, per i seguenti temi: per la definizione di reddito, di utile, di dividendo, di frutto, di credito futuro (inteso come bene in sé), di vendita di cose future, di risarcimento del danno in generale e, in particolare, di quello provocato dallo stato.

4. Prospettive

La letteratura sul profitto è estremamente ridotta ed esistono ancora molti argomenti da approfondire, non solo nel diritto e nell'economia, ma anche nella psicologia, nella biologia, nella genetica e nella sociobiologia (pensiamo a quali riflessi possa avere il profitto sul subconscio e, quindi, dal punto di vista delle scienze psichiatriche), valutando e considerando, per l'appunto, l'elemento-profitto, non solo nel suo significato patrimoniale, ma anche per i suoi profili di carattere generale, relativi ad ogni attività individuale o collettiva.

5. Le novità introdotte

La Tutela del profitto di Amedeo Nigra (1985 Pirola) è un'opera di carattere giuridico-economico dedicata allo studio di ogni forma di utilità ossia del profitto inteso come vantaggio di carattere generale individuato come categoria nel settore dei beni futuri di cui abbiamo già parlato.

La caratteristica principale, dello scritto consiste quindi nello svolgere la propria ricerca, contemporaneamente nel campo del diritto civile, penale, tributario e dalle scienze economiche, con lo scopo di ricercare e individuare una definizione unitaria di profitto. E con il proposito, inoltre, di vedere in concreto quali possano essere le forme di protezione generale del profitto medesimo ossia delle utilità economiche e non economiche.

Nell’opera, in pratica, viene designata per la prima volta la figura del diritto e del profitto. E quella che abbiamo ricordato sopra è per l’appunto tratta dall’opera “La tutela del profitto”.

6. Bibliografia

Le opere sul profitto sono assai ridotte. Nel riportarle, sottolineiamo il nome gli autori che hanno trattato l’argomento come teoria generale.

7. Indice dell’opera

PARTE PRIMA - L'OGGETTO DELLO STUDIO

CAP. 1 - La nozione di profitto, nel diritto civile

1 Premessa pag. 5

2 Aspetto letterale » 5

3 Nel diritto penale » 6

4 Arricchimento » 8

5 Lucro cessante » 10

6 Frutti » 12

7 Utili » 14

a) In generale » 14

b) Gli utili come frutti » 15

c) Considerazioni » 16

d) Natura dei diritto dei soci » 17

e) Il Diritto del socio sotto diverso profilo » 19

8 Retribuzione » 20

9 Corrispettivo » 22

10 Impresa e scopo di lucro » 22

11 Avviamento » 24

a) I termini del problema » 24

b) La tutela » 26

c) Considerazioni conclusive » 27

d) Avviamento e tutela dei profitto » 29

CAP. II - Il concetto di reddito

1 - Premessa » 33

2 - Brevi cenni sulla definizione del reddito: prima autonoma enunciazione del concetto » 33

3 - Primi tentativi di dare una definizione di reddito » 34

4 - La legislazione più recente » 35

5 - Considerazioni » 36

6 - Reddito e profitto » 37

7 - 1 fatti generatori di reddito » 37

a) Redditi fondiari » 38

b) Redditi di capitale » 38

c) Redditi di lavoro » 38

d) Redditi di impresa » 39

e) Redditi diversi » 39

CAP. III - Il concetto di profitto in economia

1- Premessa » 43

2 - Osservazioni in merito al processo di industrializzazione » 43

a) La nascita di nuovi concetti pag. 43

b) Il processo di industrializzazione » 43

c) L'impresa » 44

d) L'azienda » 45

e) Il movimento operaio » 46

f) Profitto » 46

3- Profitto ed altri termini paralleli » 47

a) La prima definizione » 47

b) L'interesse » 47

c) La rendita » 48

d) Salario direzionale » 48

e) Salario in generale » 49

f) Accumulamento » 49

4- Il concetto di reddito in economia » 50

5- La definizione di profitto » 51

CAP. IV Considerazioni generali in tema di profitto

1- Aspetto socio-economico » 56

2- Aspetto patrimoniale » 57

3 -  Aspetto precettivo » 58

4 -  Aspetto quantitativo » 60

a) Profitti non computabili » 60

b) profitti quantificabili in moneta » 61

c) Profitti non economici » 61

5-  Aspetto temporale » 63

PARTE SECONDA - IL PROBLEMA GIURIDICO

Cap. V - Introduzione » 69

CAP. VI - Il diritto soggettivo

1 - Premessa » 73

2 - Cenni sulla nascita del concetto di diritto soggettivo » 75

3 - Nascita del concetto attuale di diritto soggettivo » 77

4 - Facoltà e diritto » 77

5 - La definizione » 78

6 - oggetto e pretesa » 79

7 - Diritti assoluti e diritti relativi » 80

CAP. VII - L'interpretazione

1 - L'esperienza giuridica e la norma » 85

2 - 1 giudizi interpretativi » 86

3 - Natura speculativa dell'interpretazione » 87

4 - Il metodo » 87

PARTE TERZA - LA TUTELA DEL PROFITTO

CAP. VIII - Tutela del lavoro e diritto al profitto

I -  Significato dei termine "lavoro" nella Costituzione » 95

a) Premessa » 95

b) L'articolo 1 della Costituzione » 95

c) L'articolo 4 comma 1 della Costituzione » 96

d) L'articolo 35 comma 1 della Costituzione » 96

e) Considerazioni » 97

2 -  Tutela del lavoro » 99

3 -  Lavoro e tutela risarcitoria » 100

a) Il danno alla persona » 100

b) Altre forme di risarcimento » 102

4 -  Il concetto di danno » 103

5 -  Significato della tutela risarcitoria dei lavoro » 105

a) Tutela del lavoro » 105

b) Tutela del profitto » 105

c) Danno alla persona e danno al profitto » 106

d) Danno alla persona in senso giuridico » 107

e) Diritto al profitto e diritto al lavoro » 108

6 - Conclusione » 108

CAP. IX - Attività economica e profitto

1 -  Premessa » 115

2 -  Il concetto di iniziativa privata di cui all' art. 41 della Costituzione » 117

a) Premessa » 117

b) Significato di iniziativa economica » 118

c) Significato di iniziativa economica in senso proprio » 118

d) Contenuto della tutela dell'art. 41 della Costituzione » 119

3 -  Significato di attività economica di cui all'art. 2082 » 120

4 -  Nostra opinione » 121

a) Premessa » 121

b) Una diversa soluzione » 122

c) Il fattore profitto » 124

d) Scopo di lucro ed effettivo conseguimento del profitto » 126

e) La distinzione con le altre figure » 128

5 - Autonomia del concetto giuridico di profitto » 130

a) Premessa » 130

b) Una prima distinzione » 130

c) Il ruolo dell'art 23 della Costituzione » 130

1 - Profitto ed attività di amministrazione » 133

7 - Considerazioni conclusive » 135

a) Rilievo autonomo del concetto di profitto » 135

b) Le fonti di tutela del Profitto » 136

c) Altre fonti » 137

CAP X Proprietà e profitto

1 - Natura giuridica dei beni futuri » 145

a) Premessa » 145

b) Il concetto giuridico di bene in generale » 145

c) Beni futuri in Particolare » 146

d) Altre vicende dei beni futuri » 148

2 - Alcuni problemi in merito al tema dell'acquisto dei frutti » 149

3 - La vendita dei beni futuri » 151

a) Natura e caratteri » 151

b) Le Particolari figure della "emptio spei" ed "emptio rei speratae" » 152

c) L'ipotesi di nullità Prevista dal 2° comma dell' art 1472 c.c. » 153

d) L'ipotesi di inadempimento » 153

e) L'ipotesi di conflitto tra Più aventi diritto » 155

4 - Nostra Opinione » 155

a) Natura e caratteri » 155

b) L'e Particolari figure della "emptio spei" e della "emptio rei speratae" » 157

c) L'ipotesi di nullità Prevista dal 2 comma dell'art. 1472 c.c. » 158

d) L'ipotesi di inadempimento » 159

e) L'ipotesi di conflitto tra Più aventi diritto  » 159

5 - Considerazioni in merito ai Punti Precedenti » 160

6 - Definizione del concetto di profitto » 164

a) Premessa » 164

b) Profitto ed altri termini » 165

c) Profitto e beni futuri » 166

d) Motivi giuridici posti a base della definizione di profitto » 167

e) Ulteriore ampliamento della categoria dei beni futuri » 167

7 - Il diritto ai Profitto » 168

a) Premessa » 168

b) Il diritto soggettivo al profitto » 169

C) Ambito della tutela » 170

d) Il diritto al profitto come diritto limitato »   172

CAP. XI - Profitto e tutela dei credito

1 - Premessa  » 183

2 -  La perdita di prestazioni alimentari » 183

a) Premessa » 183

b) L'aspetto economico  » 185

c) La lesione » 185

d) Altre aggregazioni sociali » 187

e) Conclusione » 187

3 -  La collaborazione all'attività di lavoro » 188

a) La fattispecie  » 188

b) Raffronti con l'ipotesi di lesione delle prestazioni alimentari  » 189

c) La nuova tendenza giurisprudenziale » 189

4 -  La morte o l'invalidità temporanea dei debitore » 190

a) Premessa » 190

b) La nuova giurisprudenza » 191

c) Il nuovo principio enunciato » 191

d) Criteri per la definizione del danno risarcibile » 191

e) La giurisprudenza successiva » 192

f) Rilievi in tema di responsabilità » 193

g) Rilievi in tema di danni  » 193

5 - Il diritto di godimento  » 194

a) Premessa » 194

b) La lesione dei diritto di godimento » 195

c) Alcuni rilievi » 195

d) Vicende del bene che subisce la lesione » 196

6 -   Invalidità temporanea dei lavoratore subordinato  » 197

a) Premessa » 197

b) L'evoluzione della giurisprudenza » 198

c) E nuovo criterio » 198

d) Rilievi critici  » 199

7 - Induzione all'inadempimento » 200

a) Lo stato della questione » 200

b) Rilievi critici » 200

c) Conclusione » 201

8 -   Una visione unitaria dei problema » 202

a) Il problema giuridico » 202

b) L'evoluzione del pensiero » 202

c) La scomposizione dei diritto in due elementi  » 203

d) La individuazione di una nuova posizione giuridica  » 204

e) Il nuovo diritto soggettivo  » 204

9 - Nostra opinione  » 205

a) Il credito e la lesione » 205

b) La lesione di posizioni giuridiche diverse dal credito »  207

c) Lesione dei credito non equivale a danno » 207

d) Il fatto lesivo può essere diversamente quantificato » 208

e) Vicende particolari dei credito » 209

f) Il «quid pluris» » 211

g) Diritto al profitto ed esperienza giuridica » 212

10 - Conclusione  » 213

CAP. XII - Profitto e responsabilità civile

1 - Premessa » 221

2 - La responsabilità aquiliana » 221

a) Il problema giuridico » 221

b) La ingiustizia dei danno » 222

c) L'ingiustizia intesa come violazione di un diritto soggettivo » 223

d) La ingiustizia intesa come violazione di norme di legge » 223

e) L'art 2043 c.c., come norma primaria » 223

f) L'art 2043 c.c. e la valutazione comparativa degli interessi in gioco » 224

g) La posizione della giurisprudenza  » 224

3 - La nuova prospettiva  » 225

a) Valutazione complessiva » 225

b) La nuova prospettiva » 227

4 - La responsabilità nei confronti della p.a » 229

5 - Verso un superamento della limitazione della responsabilità della p.a . » 230

6 - Interesse legittimo e diritto al profitto » 231

PARTE QUARTA – CONCLUSIONE

CAP. XIII – Conclusione

1 - Premessa » 240

2 - Il diritto » 240

a) Premessa » 240

b) L'oggetto dei diritto al profitto » 240

c) Fondamento della definizione » 241

d) Circolarità dei concetto di profitto economico » 242

e) Il diritto al profitto  » 243

3 - Autonomia dei diritto al profitto rispetto alle altre figure da cui prende origine » 244

4 - La genesi del diritto » 245

5 - La titolarità soggettiva » 246

6 - La tutela  » 248

7 - Liceità  » 251

8 - L'art 1223 cc  » 251

9 - Conclusione  » 255

(© Amedeo Nigra, Pirola 1985)

 

 

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