La tutela del profitto
Sommario:
1. Appunti sul
concetto di profitto in economia
2. Oggetto dello
studio dell’opera: “La tutela del profitto”
3. Il
diritto al profitto
4.
Prospettive
5. Le novità
introdotte
6. Bibliografia
7. Indice dell’opera
1. Appunti sul concetto di
profitto in economia
In economia non esistono vere e proprie
teorie del profitto isolate e avulse da altri contesti. Per sapere di più
su questo argomento, quindi, occorre ricercare tra i vari brani e tra i
vari capitoli, che ne trattano, nell’ambito delle teorie del valore, della
distribuzione e dello sviluppo economico e della economia in generale.
Anche gli studi classici ci mostrano come i
modi di affrontare il profitto siano assai diversi e in un cerro senso
multiformi.
Alcuni teorici indicano il profitto come
entità residuale ossia come semplice “differenza” ottenuta detraendo i
costi dai ricavi.
Vi sono poi le teorie che, considerano il
profitto come una retribuzione dovuta per una determinata funzione
imprenditoriale (salario dell’imprenditore) e correlativamente come parte
del costo di produzione. Questo modo di vedere le cose si sviluppa ora
attorno alla teoria marginalistica, con cui si vede il profitto come
motore dell’economia.
Vi sono poi le teorie che guardano al
profitto come reddito di disequilibrio; collegato al meccanismo
concorrenziale.
Le teorie del profitto inoltre sono,
spesso, teorie di redditi o delle entrate. Quando questo avviene, i
termini entrata, reddito, profitto, tendono a diventare sinonimi.
Altre volte, il profitto è visto come
quella particolare percentuale del prodotto globale.
Il profitto contabile a sua volta nasce dal
confronto tra il ricavo totale e il costo totale ottenuto da un’impresa.
Come in parte si è già visto, il profitto
come reddito funzionale (ossia come ricchezza che compete ad una certa
funzione) è la remunerazione spettante all’imprenditore (salario di
direzione) quale persona fisica o organo guida, che si trovi a capo di una
persona giuridica che, a prescindere dalla natura del suo compenso
(contrattuale o non contrattuale), occupi nella produzione una
particolare funzione di comando, distinta da quella dei lavoratori
(salariato) anche separata dai capitalisti puri (cui compete l’interesse
sul capitale).
Si è tentato senza successo di allargare il
concetto funzionale di profitto incontrando difficoltà insormontabili. In
pratica, quanto si tenta di spiegare il profitto come funzione (ruolo
dinamico) rispetto al profitto come risultato (ruolo statico ossia come
“parte” della ricchezza ottenuta, in un dato momento) emergono subito
molte difficoltà di misurazione e di classificazione. In pratica, ci si
trova di fronte ad un elemento imponderabile costituito dalla natura
umana, dal valore dell’uomo, dai suoi sentimenti, dalle sue passioni, dei
suoi sogni. La funzione è infatti esercitata da un individuo con le sue
fantasie e con la sua personalità. Ritroviamo quindi la difficoltà di
stabilire quanto valga l’idea soggettiva di profitto, che nutre un dato
uomo in un dato momento.
Nel periodo immediatamente seguente alla
prima guerra mondiale, possiamo riscontrare definizioni del profitto, come
un reddito residuale globale. Questa teoria riconduce e ricomprende la
teoria del profitto, in quella macrodinamica dello sviluppo. Questa
tendenza si è affermata partendo da Adam Smith e James Stuward Mill.
Smith, nota come l’offerta abbondantemente
e a basso prezzo di denaro contribuiscono ad aumentare i commerci e la
concorrenza, facendo però diminuire i profitti. Questo è il fenomeno della
“decrescenza” dei profitti ed è anche un dato, che sconcerta.
David Hume afferma ‹‹E’ inutile domandarci
se il basso interesse è causa od effetto di bassi profitti. L’uno e gli
altri nascono da un intenso commercio e si sostengono reciprocamente››.
Questo è vero.
Il saggio di profitto misura l’aspetto
statistico, come il saggio di interesse. Quindi, allo studioso, non resta
che prenderne atto, annotando appunto i dati statistici e procedendo poi
alla loro misurazione in denaro.
Esiste però l’aspetto dinamico del
profitto, consistente nella capacità di esercitare una certa attrazione
sull’individuo e quindi nella capacità di “spingere” l’economia.
Qui la misurazione statistica risulta
impossibile.
Ovvero risulta impossibile allo studioso di
economia, che non sia assistito dalle scienze umanistiche.
Di fatto, solo queste ultime (storia,
filosofia, letteratura), potrebbero soccorrere l’economista (anche con
l’ausilio della psicologia e della biologia). Ma questo concorso di
scienza non esiste ancora.
Da qui nascono molte lacune.
In particolare, la maggioranza degli
storici considera ambigua e contraddittoria la teoria del profitto di
Smith, secondo il quale la ricerca dell’utilità (utilitarismo, appunto),
svolgerebbe un ruolo primario in economia.
In realtà, l’utilitarismo di Smith andrebbe
quindi riscoperto. E il paradigma neoclassico (ossia la corrente economica
che mette in primo piano “la ricerca del profitto”, come motore dello
sviluppo), dovrebbe essere e costituire, la base di tutte le nostre
valutazioni politiche e economiche.
Di fatto, è impossibile dare successo ad un
progetto di sviluppo, se non si tiene conto della inclinazione biologica
dell’uomo alla sopravvivenza e, quindi, alla ricerca di ciò che è utile.
Definire questa tendenza in modo
dispregiativo “utilitarismo” costituisce il principio del fallimento di un
dato progetto.
Smith ha identificato molti elementi tipici
dell’attività economica. Anzitutto, il profitto è visto come la
rimunerazione per il rischio che il capitalista assume nel processo
produttivo, un processo produttivo ricordiamolo in cui l’imprenditore
utilizza il proprio o l’altrui capitale, divenendo poi per la restituzione
del capitale stesso unitamente all’interesse sul capitale stesso
responsabile.
Pertanto, sebbene lo Smith neghi che la
funzione svolta dall’imprenditore debba essere considerata un lavoro, sia
pure di tipo particolare, questa funzione rimane: cioè esiste in modo
oggettivo come dato naturale sia che Smith lo riconosca oppure no.
Detto ciò, la teoria del valore dello Smith
si fonda sul lavoro dell’uomo visto come “mobilitato”. Quest’ultimo si
caratterizza così per la presenza del compenso per il capitale utilizzato.
Di fatto, il reddito funzionale è il
reddito che corrisponde a una data funzione. E sarà dei capitalisti,
quando questi svolgeranno la funzione di prestito del capitale.
L’interesse sta all’impiego dei capitali come il salario sta al lavoro
subordinato.
Smith aveva misurato l’insieme di tutti i
beni prodotti quantificando le ore di lavoro necessarie a dar vita alla
produzione da cui poi viene generato il profitto. Per questo motivo Smith
l’anticipatore delle teorie che considerano il profitto come un reddito da
sfruttamento. Ed è purtroppo, l’autore che ha dato all’economia una
visione aritmetica e “non spirituale”.
Qui emerge comunque una lacuna.
Ci si chiede infatti come debbano essere
definite le situazioni in cui la produzione rimanga in magazzino o venga
predisposta da un’impresa poi fallita.
Qui, infatti, ci sono le ore di lavoro ma
non il profitto perchè le merci non vengono vendute.
E questo, crea una lacuna nelle teorie di
Smith e dai suoi commentatori. La lacuna è questa: il profitto viene visto
solo come “risultato” e non come “motivazione” delle azioni.
Tentando ora di “riempire” questa lacuna,
ci si accorge che il profitto (come forza dinamica), permane anche se con
le merci dell’impresa rimangono invendute. Il profitto quindi è solo la
motivazione che ha spinto l’uomo a organizzare l’impresa. Non è invece il
valore delle merci che nessuno vuole.
Smith afferma che l’opera dell’impresa
aumenterebbe il profitto globale.
Questa affermazione è il cardine della
fiducia di Smith nella indispensabile armonia tra le varie classi sociali
e sarà uno degli elementi più importanti della corrente ottimistica della
scuola classica.
Smith crede nel mercato.
E crede che lo stesso sappia trovare i
meccanismi per lo sviluppo. Il fatto che esistano è la dimostrazione.
Nelle conclusioni del libro lo Smith
afferma che il profitto è l’elemento incentivante dello
sviluppo, ma è anche il reddito che da esso sviluppo trae meno vantaggi.
Questa riflessione è stata resa possibile
solo perchè manca il concetto di “bene comune”, come criterio di
valutazione.
Infatti, non appena si realizza che lo
sviluppo è di per sé un profitto (perchè incrementa il bene comune e
perché aumenta il grado di civiltà complessiva), allora ci si accorge che
i bassi profitti ottenuti dall’impresa sono bassi solo in apparenza. In
realtà, ad essi andrebbe aggiunto il beneficio globale ottenuto.
Nella storia dell’economia le teorie di
Ricardo segnano una frattura fra la “teoria del valore” e teoria della
distribuzione e dello sviluppo”, una frattura causata appunto da un
contrasto sulla definizione del concetto di profitto.
Per il Ricardo il valore dei beni è
determinato, non solo misurato, dalla quantità di lavoro occorrente a
produrli. Il lavoro incorporato in pratica è il fattore principale nella
determinazione del valore dei beni e del loro prezzo di scambio.
In pratica, in base alla teoria del valore,
il profitto dovrebbe essere considerato esclusivamente come un reddito
residuale da sfruttamento, cioè come differenza fra quanto il lavoratore
produce e quanto riceve, il tutto esponendo i valori in ore lavorative.
Questa teoria presenta peraltro molte
falle. Prima fra tutti, è quella di non considerare il “non profit” ossia
la gratuità come fenomeno sociale. I beni prodotti da quest’ultima in
pratica (servizi sociali, eccetera), dovrebbero valere “zero” visto che
l’ente che la esercita non riceve un profitto e visto che le persone che
la esercita non hanno stipendio. Ma, ovviamente, non è così.
Il profitto in realtà vale come ricchezza
prodotta e indipendentemente da cosa lo produca. Ma ciò non emerge.
Va annotato come Ricardo, nelle sue teorie,
non abbandoni il profitto visto come compenso per il capitale, ragion per
cui la sua teoria cade sotto i colpi delle sue stesse contraddizioni. Non
pare infatti coerente misurare il profitto in ore di lavoro (utile
dell’imprenditore) e poi anche come “premio per nessun lavoro” (ossia come
compenso dato solo a chi presta il capitale).
La modificazione del valore deriva dal
fatto che il capitale fisso impiegato in proporzioni o per tempo diversi
deve essere compensato da un profitto pur non trasmettendo ai beni alcun
valore.
L’esistenza di un profitto funzionale, cioè
di un compenso necessario per l’impiego del capitale, ha però spezzato la
generalità della teoria del valore del Ricardo.
Ricardo sembra essersi reso conto
chiaramente di questa ambiguità in una lettera a J. R. Mac Culloch del
1820 (18) nella quale afferma che il valore delle merci è determinato sia
dal lavoro che dal profitto, ad ambedue dei quali riconosce implicitamente
la natura di redditi funzionali.
Ricardo vede il profitto come una quota del
prodotto ed elabora un principio residuale globale di prodotto-profitto.
Per Ricardo in pratica il profitto è quella parte del prodotto nazionale
che rimane nel possesso dei capitalisti, dopo che questi hanno pagato le
rendite e i salari.
In particolare, secondo quanto affermato da
Ricardo i profitti, dipenderebbero dai salari reali, ossia dalla quantità
di lavoro occorrente per assicurare le sussistenze per i lavoratori, nei
luoghi dove la terra non dà rendita.
La teoria dinamica del profitto viene così
riassunta dallo stesso Ricardo.
‹‹…L’accumulazione di capitale tende ad
abbassare i profitti. Perché? Perché ogni accumulazione è realizzata con
crescenti difficoltà nell’ottenimento dei prodotti (...........). Se con
ogni nuova accumulazione di capitali noi potessimo aggiungere un pezzo di
nuova terra fertile alla nostra isola, i profitti non cadrebbero mai…››
(tratto da una lettera scritta al Malthus del 1814).
Mentre, per Adamo Smith, la causa
essenziale della diminuzione dei profitti era l’accumulazione stessa, per
mezzo della sua influenza sui prezzi e sui salari, per Ricardo,
l’accumulazione non agisce direttamente, sul calo dei profitti, ma solo
attraverso l’aumento dei salari.
Ricardo vede il rapporto salari profitti in
diretta dipendenza. Il profitto aumenta quando si riducono i salari dei
lavoratori e viceversa. Il profitto aumenta quando i salari si riducono.
Ricardo formula un’affermazione
contraddittoria quando dichiara (come successivamente farà anche
Schumpeter), che l’imprenditore, che per primo immette nel sistema
produttivo le nuove macchine, possa avere un profitto monopolistico. La
contraddizione deriva dall’aver individuato un fattore di profitto
autonomo (l’introduzione di un innovativo sistema di lavorazione), che
produce profitto. Senza provenire sui salari. Con questa affermazione, in
pratica, la sua teoria diventa intermittente.
Qui al contrario dovrebbe essere messa in
luce la componente commerciale del profitto ossia una componente non
legata ai salari.
Il profitto, cioè, sale quando l’impresa è
ben gestita concretamente.
Quindi, la dipendenza salari, profitti
(come regola base) è di per sé incompleta perchè suppone che tutte le
altre variabili imprenditoriali (qualità, prezzi, distribuzione,
pubblicità) non incidono, né abbiamo influenza sul profitto.
Al contrario, il profitto medesimo aumenta
proprio quanto aumentano le capacità commerciali dell’impresa dimostrando
così come i proventi dell’impresa derivino dai fattori autonomi.
A loro volta, i salari aumentano, quando
scarseggia la manodopera, ossia quando i lavoratori “elevano” la loro
retribuzione in modo commerciale, facendo leva sulla loro importanza
commercial non sulla loro forza sindacale.
L’introduzione della macchina e la
correlata modificazione della composizione organica del capitale diventa
per Marx un punto essenziale della propria teoria.
Marx considera la teoria del valore
ricardiano. Poi, partendo da questa, realizza la teoria del plusvalore,
che viene descritta, come la differenza tra il valore d’uso e il valore di
scambio del lavoro.
Il plusvalore globale, viene classificato
da Marx, come la differenza fra il prodotto totale e le sussistenze,
entrambe calcolate in ore di lavoro sociale medio. Tale plusvalore –
dunque - , equivale (di fatto e alla fin fine) a quello che Riccardo
definisce come profitto globale.
Marx differenzia però il saggio di
plusvalore dal saggio di profitto.
La concorrenza fra capitalisti parifica i
saggi di profitto.
E ciò, per Marx, comporta che i beni
vengano scambiati non al loro valore, ma ad un prezzo di produzione.
Quest’ultimo viene ritenuto equivalente al capitale costante più il
capitale variabile (utilizzati nella produzione), avvenuti con il saggio
medio di profitto.
Anche qui, l’elemento gratuità dimostra
l’infondatezza delle teorie di Marx. Quando un ente produce beni sociali
in cambio di nulla, si ha il fenomeno della gratuità. La gratuità è un
profitto. Ma non è un plus valore.
All’interno della scuola classica inglese
la teoria del profitto del Malthus costituisce un elemento importante.
Malthus muove esplicitamente da un concetto
funzionale di profitto, visto come retribuzione per i servizi produttivi
forniti dall’imprenditore.
Il costo di produzione, poi, ‹‹in tanto››
determina i prezzi delle merci, ‹‹in quanto›› il pagamento di esso (e,
cioè, il corrispettivo) è la condizione necessaria della loro offerta.
Qui, peraltro, non si nota come il
pagamento sia (di fatto) il motore primo cioè le merci sono prodotte per
essere vendute e per ricevere corrispettivo. E non si nota come il
desiderio muova e determini il pagamento.
Quindi, la sequenza è così: desiderio,
pagamento, offerta, produzione. Sequenza non considerata da Malthus.
La struttura ricardiana della teoria del
profitto che Malthus aveva modificato con idee proprie, riappare, però,
nella teoria di J.S. Mill.
Per Mill il profitto globale nasce ‹‹…non
dal fatto dello scambio, ma dalla capacità produttiva del lavoro…››.
Per Ricardo, allo stesso modo, i profitti
altri dipendono dai salari bassi.
Alcuni autori ritengono che la Scuola
classica inglese ci fornisca la prima teoria del profitto.
Ma ciò non è esatto, perchè nell’attribuire
alla scuola inglese la proprietà della definizione di profitto si
dimentica il diritto romani, primo grande teorizzatore del concetto
originario e naturale di frutto e quindi di profitto. Il diritto romano,
infatti, con l’istituto dei frutti (ripartiti in frutti naturale e civili)
e con la teoria dell’usufrutto (secondo la quale in un gregge vi sono
frutti, quanto i nuovi nati superano gli animalisti scomparsi) crea la
prima grande teoria erroneamente anche dimenticata.
Per il diritto romano, il frutto esiste
quando si ha un incremento del bene comune.
Gli antichi erano concreti. Non parlano di
“stato” o di “ente pubblico”, parlano di “re-pubblica”.
Tutti gli autori si concentrano sui
rapporti esistenti fra il profitto e l’accumulazione e la distribuzione
dei redditi, ma poi, ne sviluppano aspetti diversi e alternativi, rendendo
difficile la costruzione di una visione umanitaria
dell’argomento-profitto.
I sostenitori della scuola marginalistica
dell’equilibrio generale giustificano la scomparsa del profitto
nell’equilibrio statico, sostenendo che se ogni fattore produttivo, tra
cui anche il fattore imprenditoriale, riceve, in un sistema di concorrenza
perfetta un compenso uguale al relativo prodotto marginale. Il prodotto
alla fine risulterebbe esattamente distribuito. Questa teoria si basa su
un rilievo statistico contingente e non pare avere un profilo autonomo
perchè il prodotto è un derivato da manodopera, e non svolge una propria
azione indipendente.
Una teoria del profitto residuale è quella
di Marshall.
Per Marshal gli uomini d’affari “...affrontano
o si assumono i rischi mettono insieme il capitale e il lavoro necessario
all’opera, dispongono od organizzano il programma generale dell’impresa e
sovrintendono ai particolari secondari...”; essi possono essere
considerati sia come lavoratori altamente specializzarti, sia come
intermediari fra l lavoratore manuale e il consumatore.
Ad essi compete un guadagno residuale nato
tra il confronto dei costi e il margine di utile - prezzo di offerta –
viene evidenziato da Marshall come guadagno netto di direzione.
Mentre secondo la teoria classica e
neoclassica l’origine del profitto si ritrova solo nello sfruttamento o
nell’attrito, la considerazione del fattore “incertezza” ha consentito di
collegare l’origine del profitto, non solo ai due elementi suddetti, ma
anche alla diversità tra le previsioni e i risultati.
Mentre secondo la teoria classica
l’imprenditore aveva unicamente uno scopo di accumulazione e si
identificava col capitalista e secondo le teorie neoclassiche, invece,
una funzione di organizzazione che lo parificava al dirigente,
l’incertezza ha reso possibile dare un contenuto alla funzione
dell’imprenditore, definito come l’uncertainty bearing. L’assunzione
dell’incertezza va valutata non solo nel sopportarne le conseguenze, ma
anche nell’affrontare le decisioni di fronte ad una situazione incerta.
L’introduzione del concetto di innovazione
ha fatto si che l’incertezza venisse pensata non solo come un ostacolo da
superare, ma come espressione della tipica attività imprenditoriale e,
cioè, di una dinamica endogena.
2. Oggetto dello studio
dell'opera: "La tutela del profitto"
Prima di discutere
di profitto inteso come elemento economico, occorre parlarne come di un
elemento naturale. La parola profitto, infatti, è semplicemente il nome
che noi usiamo per definire una certa realtà della vita. E siccome ogni
aspetto della vita rientra, appunto, nel concetto di natura, ecco che non
si può trascurare questo profilo, anche per la definizione di profitto.
In quest’ottica, per
profitto, si potrà intendere ogni entrata o vantaggio economico, che debba
derivare ad un dato soggetto, in forza di un rapporto giuridico o di un
fatto naturale o di un mero comportamento umano, che sia preso in
considerazione prima del suo venire in essere.
In pratica, ogni
bene, che sia in corso di formazione (come, ad esempio, i prodotti della
natura o come i guadagni di una società) entrerà a far parte del diritto
di proprietà, solo quando sarà venuto ad esistenza. Ma, prima di allora,
in fase di maturazione, quel bene ancora in formazione, potrà essere
scambiato e avrà comunque un rilievo giuridico-economico nella categoria
giuridica del profitto.
L’interesse sul
capitale, per fare un ulteriore piccolo esempio, diventerà “proprietà”
quando sarà giunta la scadenza per la sua maturazione e quando verrà
accreditato sul nostro conto corrente. In quel momento, noi lo potremo
spendere come qualsiasi altra proprietà. Ma prima di allora, peraltro,
quando la scadenza dell’interesse non sarà ancora giunta, noi potremo
comunque disporre (ad esempio con la cessione a terzi) e questo potere di
disposizione dipenderà non dal diritto di proprietà, ma del diverso
diritto al profitto su quel particolare bene.
Con questa
definizione, dunque, il profitto stesso costituisce la categoria in cui
rientreranno tutti i beni futuri, (qualsiasi sia la loro provenienza). Più
esattamente, in questo ambito, potremo considerare:
-
Le cose che in genere non sono ancora in
natura, come i frutti della terra o come gli animali in fase di
gestazione (profitto naturale in formazione);
-
Le cose già esistenti, non ancora
occupate, ma suscettibili di occupazione, come gli animali da catturare
(profitto naturale già formato);
-
I prodotti non ancora formati nella loro
individualità economica come i manufatti industriali o artigianali (profitto
prodotto);
-
I vantaggi i guadagni e le prestazioni che
comunque derivano ad un altro soggetto in forza di fatalità o di
attività di lavoro (profitto contrattuale).
3. Il diritto al
profitto
I beni futuri e il
profitto, possono essere oggetto di contratto e di trasferimento (articolo
1348 c.c. e 1472 c.c.) e sono anche protetti dal nostro ordinamento, con
la tutela dei mancati guadagni (art. 1223 c.c.), ragion per cui queste due
facoltà (disponibilità e protezione) ci segnalano uno specifico “diritto
soggettivo”, la cui esistenza è per l’appunto costituita da una protezione
offerta dalla legge e da una capacità di disporre.
In quest’ottica, il
diritto al profitto (pur non essendo espressamente "nominato" dalla legge)
potrà essere definito in via interpretativa, come "il potere individuale
di disporre e di godere secondo un ordine oggettivo delle proprie entrate
e dei propri profitti non ancora venuti ad esistenza e di ottenere dai
terzi un comportamento conforme all’ordinamento vigente quanto ai beni
medesimi".
In pratica, il
nostro ordinamento giuridico già ora prende in considerazione e tutela
tutti quegli interessi economici che -per quanto rilevanti ed effettivi-
ancora non fanno capo al diritto di proprietà, non essendo ancora venuti
in esistenza E questo ci consente di parlare di profitto e di “diritto”.
Il bene che sia in
corso di formazione rimarrà dunque sotto la protezione del diritto al
profitto, per tutto il tempo in cui durerà la sua maturazione ed entrerà
infine nell'area di tutela, accordata dal diritto di proprietà, solo
quando il bene sarà sorto nella sua interezza (ad esempio, quando il
frutto sarà staccato dall’albero o quando l'interesse sul capitale, sarà
“scaduto”). In conclusione, questo studio sul profitto potrà avere un
rilievo economico e giuridico, per i seguenti temi: per la definizione di
reddito, di utile, di dividendo, di frutto, di credito futuro (inteso come
bene in sé), di vendita di cose future, di risarcimento del danno in
generale e, in particolare, di quello provocato dallo stato.
4.
Prospettive
La letteratura sul profitto è
estremamente ridotta ed esistono ancora molti argomenti da approfondire,
non solo nel diritto e nell'economia, ma anche nella psicologia, nella
biologia, nella genetica e nella sociobiologia (pensiamo a quali riflessi
possa avere il profitto sul subconscio e, quindi, dal punto di vista delle
scienze psichiatriche), valutando e considerando, per l'appunto,
l'elemento-profitto, non solo nel suo significato patrimoniale, ma anche
per i suoi profili di carattere generale, relativi ad ogni attività
individuale o collettiva.
5. Le novità introdotte
La Tutela del
profitto di Amedeo Nigra (1985 Pirola) è un'opera di carattere
giuridico-economico dedicata allo studio di ogni forma di utilità ossia
del profitto inteso come vantaggio di carattere generale individuato come
categoria nel settore dei beni futuri di cui abbiamo già parlato.
La caratteristica principale, dello scritto
consiste quindi nello svolgere la propria ricerca, contemporaneamente nel
campo del diritto civile, penale, tributario e dalle scienze economiche,
con lo scopo di ricercare e individuare una definizione unitaria di
profitto.
E con il proposito, inoltre, di vedere in concreto quali possano essere le
forme di protezione generale del profitto medesimo ossia delle utilità
economiche e non economiche.
Nell’opera, in
pratica, viene designata per la prima volta la figura del diritto e del
profitto. E quella che abbiamo ricordato sopra è per l’appunto tratta
dall’opera “La tutela del profitto”.
6. Bibliografia
Le opere sul
profitto sono assai ridotte. Nel riportarle, sottolineiamo il nome gli
autori che hanno trattato l’argomento come teoria generale.
-
Andamento dei profitti nello sviluppo economico italiano (L'), cur.
Albani P., 1980, pp. 176, ill., L. 16.000, Angeli (Economia. Ricerche
7),
ISBN 88-204-1798-7;
-
Aries R. S. - Zignoli Vittorio,
Costi d'impianto e d'esercizio ed il calcolo dei profitto nell'industria
chimica, 1961, pp. 204, ill., L. 6.000, Hoepli,
ISBN 88-203-0170-9;
-
Armstrong
Michael, Massimo profitto, 1993, pp. 288, L. 34.000, Dossier,
ISBN 88-85254-09-8;
-
Bagiotti Tullio,
Profitto (II), 1965, pp. 250, ill., L. 22.000, CEDAM,
ISBN 88-13-11141-X;
-
Barcellona Pietro, Frutti e profitto d'impresa, 1970, pp. 108, L. 4.000,
Giuffré;
-
Catalano Giuseppe - Lombardo Salvatore, Analisi costi-benefici nelle
opere pubbliche ed elementi di analisi multicriteri (L'), 1995, pp. 236,
L. 48.000, Flaccovio Dario,
ISBN 88-7758-253-7;
-
Chorafas Dimitris N., Obiettivo profitto. Dal controllo dei costi al
pricing nell'impresa banca, 1991, pp. 504, L. 95.000, Edibank-ICEB
(Management),
ISBN 88-86373-21-X;
-
Come
guadagnare di più, con meno capitale in un'impresa, 1994, pp. 160, L.
25.000, Angeli (Formazione permanente. Pratica di 23),
ISBN 88-204-6924-3;
-
Conte
Vincenzo, Profitto nel processo di produzione. Aspetti dell'analisi
economica dell'Ottocento e del Novecento (II), 1995, pp. 354, L. 46.000,
Edizioni Scientifiche Italiane,
ISBN 88-8114-090-X;
-
Deyhle Albrecht, Gestione per il profitto, tr. Salvischiani B. A., 1975,
pp. 368, ill., L. 34.000, Angeli (Azienda moderna 64),
ISBN 88-204-0265-3;
-
Duchini Francesca,
Profitto nella teoria economica contemporanea (II), 1960, pp. 236, L.
10.000, Giuffré (saggi di teoria e politica economica 8);
-
Hanan
M., Strategie di crescita rapida. Come massimizzare i profitti del
vostro business dall'esordio alla maturità, 1989, pp. 208, ill., L.
28.000, Angeli (Azienda moderna 219);
-
Harrington H. James, Qualità=profitto. Le 16 regole d'oro per la qualità
raccontate dai presidenti delle più importanti imprese di successo, tr.
Tongiorgi P., cur. Turello U., 1991, pp. 208, L. 36.000, Itaca
(Qualità),
ISBN 88-7206-026-5;
-
Lamberton D.M.,
Teoria del profitto (La), tr. Marzano F., 1979, pp. 252, L. 21.000,
CEDAM,
ISBN 88-13-14798-8;
-
Marx
Karl, Salario, prezzo e profitto, 1996, 16°, pp. 95, L. 7.000, Datanews
(I tascabili Datanews 12),
ISBN 88-7981-048-0;
-
Mischan Edward, Analisi costi-benefici, 1974, 16°, pp. 402, L. 22.000,
Etas Libri;
-
Nigra Amedeo, La tutela del profitto, Pirola
1985;
-
Nuti
Fabio, Analisi costi-beneifici (L'), 1987, 8°, pp. 252, L. 30.000, Il
Mulino (La Nuova scienza),
ISBN 88-15-01440-3;
-
Pearce David W., Analisi dei costi e benefici, tr. Villari E., 1977, 8°,
pp. 90, L. 14.000, Liguori,
ISBN 88-207-0518-4;
-
Pierantoni Isabella, Analisi economica della vita umana. Valutazione di
un bene intangibile nell'analisi costi-benefici, 1996, 8°, pp. IV-122,
L. 9.000, Giuffré (Cnr. Ist. Studi regioni),
ISBN 88-14-00870-1;
-
Profitti, imposta e investimenti, cur. Volpi F., 1976, 8°, pp. 350, L.
32.000, Angeli (Economica, Readings 5),
ISBN 88-204-0529-6;
-
Sterpi Severino, Sviluppo dell'analisi costi-benefici e la crisi dei
valori del libero mercato (Lo), 1974, 8°, pp. VII-226, L. 8.000, Giuffré.
7. Indice dell’opera
PARTE PRIMA -
L'OGGETTO DELLO STUDIO
CAP. 1 - La nozione di
profitto, nel diritto civile
1 Premessa pag. 5
2 Aspetto letterale
» 5
3 Nel diritto penale
» 6
4 Arricchimento » 8
5 Lucro cessante »
10
6 Frutti » 12
7 Utili » 14
a) In generale » 14
b) Gli utili come
frutti » 15
c) Considerazioni »
16
d) Natura
dei diritto dei soci » 17
e) Il Diritto del
socio sotto diverso profilo » 19
8 Retribuzione » 20
9 Corrispettivo » 22
10 Impresa e scopo
di lucro » 22
11 Avviamento » 24
a) I termini del
problema » 24
b) La tutela » 26
c) Considerazioni
conclusive » 27
d) Avviamento e
tutela dei profitto » 29
CAP. II - Il concetto di
reddito
1 - Premessa » 33
2 - Brevi cenni
sulla definizione del reddito: prima autonoma enunciazione del concetto »
33
3 - Primi tentativi
di dare una definizione di reddito » 34
4 - La legislazione
più recente » 35
5 - Considerazioni »
36
6 - Reddito e
profitto » 37
7 - 1 fatti
generatori di reddito » 37
a) Redditi fondiari
» 38
b) Redditi di
capitale » 38
c) Redditi di lavoro
» 38
d) Redditi di
impresa » 39
e) Redditi diversi »
39
CAP. III - Il concetto di
profitto in economia
1- Premessa » 43
2 - Osservazioni in
merito al processo di industrializzazione » 43
a) La nascita di
nuovi concetti pag. 43
b) Il processo di
industrializzazione » 43
c) L'impresa » 44
d) L'azienda » 45
e) Il movimento
operaio » 46
f) Profitto » 46
3- Profitto ed altri
termini paralleli » 47
a) La prima
definizione » 47
b) L'interesse » 47
c) La rendita » 48
d) Salario
direzionale » 48
e) Salario in
generale » 49
f) Accumulamento »
49
4- Il concetto di
reddito in economia » 50
5- La definizione di
profitto » 51
CAP. IV Considerazioni
generali in tema di profitto
1- Aspetto
socio-economico » 56
2- Aspetto
patrimoniale » 57
3 - Aspetto
precettivo » 58
4 - Aspetto
quantitativo » 60
a) Profitti non
computabili » 60
b) profitti
quantificabili in moneta » 61
c) Profitti non
economici » 61
5- Aspetto
temporale » 63
PARTE SECONDA - IL
PROBLEMA GIURIDICO
Cap. V -
Introduzione » 69
CAP. VI - Il diritto
soggettivo
1 - Premessa » 73
2 - Cenni sulla
nascita del concetto di diritto soggettivo » 75
3 - Nascita del
concetto attuale di diritto soggettivo » 77
4 - Facoltà e
diritto » 77
5 - La definizione »
78
6 - oggetto e
pretesa » 79
7 - Diritti assoluti
e diritti relativi » 80
CAP. VII - L'interpretazione
1 - L'esperienza
giuridica e la norma » 85
2 - 1 giudizi
interpretativi » 86
3 - Natura
speculativa dell'interpretazione » 87
4 - Il metodo » 87
PARTE TERZA - LA
TUTELA DEL PROFITTO
CAP. VIII - Tutela del lavoro
e diritto al profitto
I - Significato dei
termine "lavoro" nella Costituzione » 95
a) Premessa » 95
b) L'articolo 1
della Costituzione » 95
c) L'articolo 4
comma 1 della Costituzione » 96
d) L'articolo 35
comma 1 della Costituzione » 96
e) Considerazioni »
97
2 - Tutela del
lavoro » 99
3 - Lavoro e tutela
risarcitoria » 100
a) Il danno alla
persona » 100
b) Altre forme di
risarcimento » 102
4 - Il concetto di
danno » 103
5 - Significato
della tutela risarcitoria dei lavoro » 105
a) Tutela del lavoro
» 105
b) Tutela del
profitto » 105
c) Danno alla
persona e danno al profitto » 106
d) Danno alla
persona in senso giuridico » 107
e) Diritto al
profitto e diritto al lavoro » 108
6 - Conclusione »
108
CAP. IX - Attività economica e
profitto
1 - Premessa » 115
2 - Il concetto di
iniziativa privata di cui all' art. 41 della Costituzione » 117
a) Premessa » 117
b) Significato di
iniziativa economica » 118
c) Significato di
iniziativa economica in senso proprio » 118
d) Contenuto della
tutela dell'art. 41 della Costituzione » 119
3 - Significato di
attività economica di cui all'art. 2082 » 120
4 - Nostra opinione
» 121
a) Premessa » 121
b) Una diversa
soluzione » 122
c) Il fattore
profitto » 124
d) Scopo di lucro ed
effettivo conseguimento del profitto » 126
e) La distinzione
con le altre figure » 128
5 - Autonomia del
concetto giuridico di profitto » 130
a) Premessa » 130
b) Una prima
distinzione » 130
c) Il ruolo dell'art
23 della Costituzione » 130
1 - Profitto ed
attività di amministrazione » 133
7 - Considerazioni
conclusive » 135
a) Rilievo autonomo
del concetto di profitto » 135
b) Le fonti di
tutela del Profitto » 136
c) Altre fonti » 137
CAP X Proprietà e
profitto
1 - Natura giuridica
dei beni futuri » 145
a) Premessa » 145
b) Il concetto
giuridico di bene in generale » 145
c) Beni futuri in
Particolare » 146
d) Altre vicende dei
beni futuri » 148
2 - Alcuni problemi
in merito al tema dell'acquisto dei frutti » 149
3 - La vendita dei
beni futuri » 151
a) Natura e
caratteri » 151
b) Le Particolari
figure della "emptio spei"
ed "emptio rei speratae"
» 152
c) L'ipotesi di
nullità Prevista dal 2° comma dell' art 1472 c.c. » 153
d) L'ipotesi di
inadempimento » 153
e) L'ipotesi di
conflitto tra Più aventi diritto » 155
4 - Nostra Opinione
» 155
a) Natura e
caratteri » 155
b) L'e Particolari
figure della "emptio spei"
e della "emptio rei
speratae" » 157
c) L'ipotesi di
nullità Prevista dal 2 comma dell'art. 1472 c.c. » 158
d) L'ipotesi di
inadempimento » 159
e) L'ipotesi di
conflitto tra Più aventi diritto » 159
5 - Considerazioni
in merito ai Punti Precedenti » 160
6 - Definizione del
concetto di profitto » 164
a) Premessa » 164
b) Profitto ed altri
termini » 165
c) Profitto e beni
futuri » 166
d) Motivi giuridici
posti a base della definizione di profitto » 167
e) Ulteriore
ampliamento della categoria dei beni futuri » 167
7 - Il diritto ai
Profitto » 168
a) Premessa » 168
b) Il diritto
soggettivo al profitto » 169
C) Ambito della
tutela » 170
d) Il diritto al
profitto come diritto limitato » 172
CAP. XI - Profitto e tutela
dei credito
1 - Premessa » 183
2 - La perdita di
prestazioni alimentari » 183
a) Premessa » 183
b) L'aspetto
economico » 185
c) La lesione » 185
d) Altre
aggregazioni sociali » 187
e) Conclusione » 187
3 - La
collaborazione all'attività di lavoro » 188
a) La fattispecie »
188
b) Raffronti con
l'ipotesi di lesione delle prestazioni alimentari » 189
c) La nuova tendenza
giurisprudenziale » 189
4 - La morte o
l'invalidità temporanea dei debitore » 190
a) Premessa » 190
b) La nuova
giurisprudenza » 191
c) Il nuovo
principio enunciato » 191
d) Criteri per la
definizione del danno risarcibile » 191
e) La giurisprudenza
successiva » 192
f) Rilievi in tema
di responsabilità » 193
g) Rilievi in tema
di danni » 193
5 - Il diritto di
godimento » 194
a) Premessa » 194
b) La lesione dei
diritto di godimento » 195
c) Alcuni rilievi »
195
d) Vicende del bene
che subisce la lesione » 196
6 - Invalidità
temporanea dei lavoratore subordinato » 197
a) Premessa » 197
b) L'evoluzione
della giurisprudenza » 198
c) E nuovo criterio
» 198
d) Rilievi critici
» 199
7 - Induzione
all'inadempimento » 200
a) Lo stato della
questione » 200
b) Rilievi critici »
200
c) Conclusione » 201
8 - Una visione
unitaria dei problema » 202
a) Il problema
giuridico » 202
b) L'evoluzione del
pensiero » 202
c) La scomposizione
dei diritto in due elementi » 203
d) La individuazione
di una nuova posizione giuridica » 204
e) Il nuovo diritto
soggettivo » 204
9 - Nostra opinione
» 205
a) Il credito e la
lesione » 205
b) La lesione di
posizioni giuridiche diverse dal credito » 207
c) Lesione dei
credito non equivale a danno » 207
d) Il fatto lesivo
può essere diversamente quantificato » 208
e) Vicende
particolari dei credito » 209
f) Il «quid
pluris» » 211
g) Diritto al
profitto ed esperienza giuridica » 212
10 - Conclusione »
213
CAP. XII - Profitto e
responsabilità civile
1 - Premessa » 221
2 - La
responsabilità aquiliana » 221
a) Il problema
giuridico » 221
b) La ingiustizia
dei danno » 222
c) L'ingiustizia
intesa come violazione di un diritto soggettivo » 223
d) La ingiustizia
intesa come violazione di norme di legge » 223
e) L'art 2043
c.c., come norma primaria » 223
f) L'art 2043 c.c. e
la valutazione comparativa degli interessi in gioco » 224
g) La posizione
della giurisprudenza » 224
3 - La nuova
prospettiva » 225
a) Valutazione
complessiva » 225
b) La nuova
prospettiva » 227
4 - La
responsabilità nei confronti della p.a » 229
5 - Verso un
superamento della limitazione della responsabilità della
p.a . » 230
6 - Interesse
legittimo e diritto al profitto » 231
PARTE QUARTA –
CONCLUSIONE
CAP. XIII – Conclusione
1 - Premessa » 240
2 - Il diritto » 240
a) Premessa » 240
b) L'oggetto
dei diritto al profitto » 240
c) Fondamento della
definizione » 241
d) Circolarità dei
concetto di profitto economico » 242
e) Il diritto al
profitto » 243
3 - Autonomia dei
diritto al profitto rispetto alle altre figure da cui prende origine » 244
4 - La genesi del
diritto » 245
5 - La titolarità
soggettiva » 246
6 - La tutela » 248
7 - Liceità » 251
8 - L'art 1223
cc » 251
9 - Conclusione »
255
(©
Amedeo Nigra, Pirola 1985)